Parma, La forza del destino, 16/10/2014

Paulo maiora canamus

di Roberta Pedrotti

foto Roberto Ricci

Cantiamo argomenti più elevati. A dispetto dello sciopero che ha dimidiato lo spettacolo e deluso molti spettatori giunti anche da lontano, il valore del lavoro in teatro, dell’arte e della cultura si misura nei fatti, nella collaborazione, nella qualità. E questa è venuta anche da una versione in forma di concerto, grazie alla bacchetta straordinaria di Jader Bignamini e da un cast per molti versi eccellente: la risposta migliore alla crisi, la dimostrazione di un lavoro che va conosciuto e rispettato.Parma, 16 ottobre 2014 – Paulo maiora canamus. E parliamo di musica. Così vorremmo dire, se l’attualità non incalzasse, se non ci trovassimo in una Parma ancora stordita dall’alluvione dei giorni scorsi, se un’agitazione sindacale non avesse coinvolto parte del personale del Teatro Regio costringendo a trasformare la seconda recita della Forza del destino in un’esecuzione in forma oratoriale, con conseguente attivazione di rimborsi e promozioni per chi avesse già acquistato (ed erano molti, delle più varie provenienze) i biglietti. Delusione e rabbia nel pubblico, grande amarezza e incredulità nelle parole di Carlo Fontana, che aveva assicurato ai sindacati la possibilità di manifestare le proprie ragioni senza penalizzare la recita, in giorni così delicati per il teatro e la città, senza essere ascoltato.
Poi finalmente Jader Bignamini sale sul podio e fa vibrare il testo verdiano con slancio fluido e naturalissimo, senza indugiare lezioso sul dettaglio, ma dipanandolo con cura intelligente, parte di un discorso articolato e perfettamente intelleggibile in cui i temi, già dalla sinfonia, sono sviluppati con perfetta, soggiogante consequenzialità.
Paulo maiora canamus, infine, e parliamo di musica, perché la musica ha vinto. Ha trionfato così come, a maggior ragione deve ricordare nei momenti di crisi, quando il valore suo e dei lavoratori deve essere conosciuto, non celato.
Verrebbe perfino da dire che della forma di concerto si sia giovata anche la dimensione teatrale e che l’impianto scenico del regista factotum Stefano Poda ci sia parso molto più suggestivo qui, sfondo grezzo e cupo, ben illuminato dal basso, che quale ingombrante e opprimente istallazione fissa (simillima a mille altri spettacoli diversi dello stesso regista) come avevamo avuto modo di vederla tre anni fa, quando fu prodotta da Regio. La recitazione in abito da sera, ancor più essenziale e – per i fuoriclasse del palcoscenico – incisiva, ha permesso non già di concentrarsi sulla musica senza distrazioni (l’opera è teatro, Verdi è teatro, e l’azione scenica è accessoria solo se concepita e realizzata male), bensì di apprezzare come non mai l’intrinseca teatralità di un’opera di situazioni e passioni forti, senza dubbio, ma anche di contrasti a forte rischio di dispersività, incoerenza, caricatura.
Ecco invece che nella bacchetta di Jader Bignamini ogni momento ha un senso imprescindibile. Ecco che i quadri d’ambiente hanno tutta la brillantezza che descrive un mondo e bilancia la tragedia privata dei tre protagonisti, ma non dimentica che questo mondo è pure segnato dalla guerra e dalla miseria, ne coglie la tinta, unitaria e pur caleidoscopica, in cui perfino gli interventi di Trabuco (davvero bravissimo Andrea Giovannini) sono delle piccole, insinuanti gemme in cui l’ironia ha tratti sinistri, la leggerezza calibra la tensione del dramma e non si fa comicità. Anzi, in questa fremente atmosfera ci si svela il Melitone più tagliente e caustico che si possa desiderare: Roberto De Candia è torvo malevolo, come molti frati della novellistica medievale, pavido e frustrato come Don Abbondio, e il compiacimento retorico della sua predica a Velletri lo rendono così autenticamente, meschinamente umano da sfuggire alla tentazione dello sguardo condiscendente che, in fondo, la vigliaccheria del curato manzoniano potrebbe finire per ispirare. Tuttavia non risulta sgradevole, è acido e brillante, umano e non buffo.
Nemmeno Preziosilla ha nulla di decorativo o accessorio, non è semplicemente funzionale agli equilibri drammaturgici. È necessaria come ogni elemento del micro e macrocosmo dominato dal destino, ha la voce splendida, svettante di puro, scintillante smalto mezzosopranile, il fraseggio arguto ed elegante, la vocalizzazione impeccabile (che meraviglia i trilli!) di Chiara Amarù, che conferma anche un’innata disinvoltura scenica, una presenza continua e naturalissima al personaggio, autorevole e spiritoso senza inutili sottolineature.
Bignamini accompagna le sue scene cogliendo l’equilibrio perfetto che esalta il carattere singolare dell’opera senza spingerla a tinte troppo accese o troppo cupe, facendo di ogni dettaglio un elemento riscoperto di drammaturgia, come quando rivela un universo di sottintesi inquieti perfino in una pagina apparentemente semplice come la canzone di Pereda: qui la trama sottilissima e nervosa degli archi, una ragnatela iridescente, sostiene la menzogna e la smaschera, a chi sappia ascoltare, accendendosi in un mordente diverso là dove il racconto comincia a riferirsi a fatti reali. Un’epifania, ancor più abbagliante se si pensa che Luca Salsi, Don Carlo, non è esattamente l’artista più propenso ai sottintesi e alle finezze. Da lui avremmo sempre auspicato lavoro costante di cesello che mettesse meglio in evidenza una vocalità privilegiata dalla natura, ma nei fatti esibita sempre con tale slancio da far subito notare, come in questo caso, eventuali appannamenti dello smalto e tracce di stanchezza. All’opposto Michele Pertusi riesce in ogni occasione a porre la sua autorevole firma in qualunque ruolo affronti, anche in quelli che, sulla carta, non gli si sarebbero subito associati. Dal Padre Guardiano, infatti, normalmente ci si aspettano le maledizioni e le sentenze di una tromba del Giudizio, ma se al tuono nella cavata si sostituiscono la pura nobiltà e la meditazione del santo, se troviamo non il profeta marmoreo, ma un filosofo, un religioso nel senso più profondo del termine, un padre spirituale che consigli, rimbrotta, esorta, allora possiamo scoprire una poesia soggiogante nel duetto con Leonora come perfino in quello con Melitone, altra gemma in cui si confrontano due uomini diversi, due chiese diverse senza calcare mai il pedale della caratterizzazione eccessiva. Va da sé che l’accento risulti perentorio là dove necessario, sempre autorevole, e che “Non imprecare, umiliati” possieda un involo mistico, un affetto prossimo e pur sovrumano ineffabile.
Quanto alla coppia di amanti, Roberto Aronica infiamma il teatro con lo squillo generoso, con la consapevolezza della gestione di una parte onerosa come quella di Don Alvaro senza mai mancare d’incisività e cura musicale, sempre solido, coinvolgente e ben calibrato nell’ira e nell’abbandono, nel dolore e nella passione. Meno convincente, nel complesso, Virginia Tola, impegnata in un ruolo forse un po’ più spinto rispetto alle sue naturali inclinazioni, si potrebbe consigliare di curare meglio l’articolazione della parola, la morbidezza e il sostegno dell’emissione, in cui si percepiscono talora una tensione e una mancanza di fluidità che vanno a discapito dell’incisività del fraseggio verdiano e della qualità del timbro.
Insieme con l’ottima prova di coro (preparato quest’anno da Salvo Sgrò) e orchestra lodiamo anche l’autorità del Marchese di Calatrava di Simon Lim, la Curra elegante di Raffaella Lupinacci, l’Alcalde di Daniele Cusari e il Medico di Gianluca Monti.
Alla fine è un trionfo. Se non fosse per l’amarezza iniziale, per la delusione dei tanti appassionati stranieri accorsi a Parma per assistere a uno spettacolo completo, per l’appassionata perorazione di Carlo Fontana, forse non ci saremmo nemmeno accorti di uno sciopero che colpiva semplicemente il bersaglio sbagliato al momento sbagliato.

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