Interviste, Maria José Siri

L’onestà nella voce

di Andrea R. G. Pedrotti

foto David Puig

Incontriamo Maria José Siri, giovane soprano uruguaiano di origini italiane, si è dedicata inizialmente allo studio del pianoforte, della chitarra, sino a giungere al sassofono tenore. Nel 2003 viene eletta rivelazione artistica dell’anno dall’associazione dei critici musicali argentini. Presenza ormai costante nei maggiori teatri europei dalla Spagna, alla Germania, all’Austria, all’Italia, sino a giungere a San Pietroburgo e ai paesi scandinavi (Savonlinna in Finlandia, Stoccolma e Copenhagen), è stata applaudita anche al Cairo (Aida di fronte alle piramidi di Giza), a Tokyo, Osaka, Tel Aviv e Istanbul e si propone come una delle cantanti più interessanti degli ultimi anni.

Dopo il successo nel ruolo eponimo di Aida all’Arena di Verona dello scorso anno si è ripresentata al pubblico scaligero nel 2014 forte di una grande maturazione tecnica. I sui primi studi musicali sono stati rivolti a uno strumento a fiato come il sassofono tenore: quanto ha influito la sua orgine artistica nell’approcciarsi allo studio del canto lirico?

In realtà lo studio del sassofono è stato il penultimo strumento e non tra i primi , l’ultimo amore è il violoncello ma ho un approccio molto superficiale dovuto al pochissimo tempo libero che ho a disposizione. Complessivamente avrò studiato sassofono in totale per sei mesi al massimo, ma ricordo come è stato difficile raggiungere le note più gravi, imparai velocemente a prendere dei fiati incredibilmente profondi per riuscirci e penso quello sia stato un grande aiuto. Anche il sostegno del suono d’uno strumento così impegnativo ha fatto sì che io prendessi coscienza del fiato e dell’appoggio molto prima di iniziare a studiare canto sul serio. Questo è stato un grande vantaggio!

Aida è ormai uno dei ruoli che ha interpretato più volte e con maggior successo. Lo scorso anno si è cimentata con l’innovativa messa in scena di La Fura dels Baus, con cui debutterà presto il ruolo di Amelia in Un ballo in maschera. Che cosa pensa di questo nuovo approccio all’opera, capace di coniugare tradizione e innovazione?

A me personalmente piace molto l’innovazione. Certo, si rischia molto quando non si ha una linea chiara che non rispetta il libretto o si cerca di cambiare o “migliorare” quello che è già un pilastro nella storia della lirica come lo è Aida. Credo sia più facile avvicinarsi all’opera italiana con proposte innovative all’estero, mentre in Italia vedo che non vengono sempre accettate facilmente. Capisco entrambe le posizion, ma soprattutto amo la varietà: le mie prime Aide in Italia sono state tutte con Zeffirelli, poi con Ferzan Ozpetek, per non parlare della mia prima Aida in Europa, con una nuova produzione a Stoccarda molto contestata, moderna e per niente tradizionale. Io le ho amate tutte!

Penso che ci vogliano buon gusto e buon senso in entrambi i casi, ma personalmente mi piacciono le proposte dove c’è una vera lettura profonda e curata di quella materia particolarissima chiamata Opera, che è teatro cantato. A volte certi registi non hanno la minima considerazione o, peggio, consapevolezza del fatto che la voce, l’emissione condizioni anche il fisico. Ci capitano situazioni dove noi – e quando dico noi mi riferisco ad artisti che sono aperti a fare o a provare a fare cose anche molto difficili fisicamente mentre si canta – dobbiamo spiegare che non è possibile far ciò che ci viene chiesto e tuttavia non sempre siamo ascoltati. Il problema è che c’è sempre qualcuno che accetta! Così lo spettacolo nasce in un modo nella prima produzione, con artisti che consentono qualunque cosa senza dialogare, e poi i registi hanno perfettamente ragione a esigere che anche gli interpreti delle riprese facciano lo stesso. Vedremo cosa succederà alla Monnaie per questo Ballo in maschera. Per quanto riguarda gli allestimenti tradizionali, in certi casi li preferisco perché  il linguaggio corporale cambia con i costumi d’epoca e ogni tanto sento di tornare a casa quando indosso un grande vestito per fare un movimento ampio che accompagna una grande frase che riempie il palco e la vista del pubblico .

Il suo repertorio spazia da ruoli da soprano lirico puro a ruoli più drammatici, pur mantenedo sempre morbidezza nell’emissione. Quale ritiene sia la chiave per poter affrontare in modo credibile entrambe le vocalità?

Nel mio caso ho iniziato a studiare come soprano leggero: Regina della notte (e anche Pamina), Lucia, Amina e Gilda, per citare solo alcuni ruoli. Poi il destino mi ha portato a cambiare insegnante e repertorio, la voce piano piano divenne più lirica con lo studio finché iniziai a fare i primi concorsi e audizioni. Con il tempo e strada facendo ho capito di essere un soprano lirico pieno; il grande Maestro Bartoletti mi disse “sei un soprano lirico con accenti drammatici e questo ti permetterà di fare ruoli verdiani e pucciniani”. La ricerca sulla mia vocalità non finisce mai, tuttora scopro delle nuove possibilità, ma il mio scopo è riuscire a trovare l’onestà della mia voce . Mi spiego meglio: con l’evoluzione dello studio e con un po’ d’esperienza accumulata credo di riuscire a cantare da Mozart a Puccini, da una Tat’ana a una Manon Lescaut con la stessa vocalità (la mia, di soprano lirico pieno) solo cambiando intenzioni e colori seguendo il testo, la parola, il fraseggio e lo stile.

Mi sento comoda nella mezzavoce, mi sento molto portata per le dinamiche e preferisco “rischiare” con i piani piuttosto che con i forti, così come preferisco che la zona grave si sviluppi con gli anni mantenendo freschi e morbidi gli acuti e il fraseggio. Il centro, invece, va curato molto, a mio parere .

Puccini, Verdi, Giordano, Leoncavallo, Čajkovskij, sarà questo il suo repertorio di elezione o crede di ampliare ulteriormente i suoi orizzonti artistici?

Penso sempre di ampliare il repertorio e sperimentare, ma senza lasciare il mio ambito di base: c’è tanto ancora da fare! Ruoli assai diversi che mi piacerebbe provare sarebbero Rusalka, o Thais, Adriana Lecouvreur, più avanti Elektra o Fanciulla, per non citare titoli di belcanto: lì mi sento sono in debito, dovrei averne almeno uno in repertorio . Ho un debole per l’opera francese ma sono cosciente che il mio repertorio di elezione sarà sempre il grande repertorio italiano .

Ci avviciniamo a un debutto importante come Desdemona nell’Otello di Verdi al Regio di Torino, come si sta preparando a questa nuova sfida e l’interpretazione di un personaggio così noto e cui sembra forse difficile conferire una personalità spiccata e originale?

Desdemona è un personaggio che m’incuriosisce molto! La lettura non è facile, prima di studiarla la vedevo in un modo, ora approfondendo ho imparato ad amarla ancora di più perché la trovo una donna di un grande coraggio, umanità e amore puro di frotte a tutti e a tutte le situazioni, fino al punto di rischiare la sua stessa vita. Dal punto di vista emotivo ciò che mi colpisce di più di lei è la grande compassione che prova per Otello, la sua insistenza per riuscire a trasformare l’odio in amore e perdono. Ovviamente essendo accanto a un personaggio assai forte e complesso come Otello bisogna trovare il giusto equilibrio, ma trovo questa una sfida bellissima poiché nel momento che in cui iniziamo ad avvicinarci a un nuovo personaggio dobbiamo anche scavare profondo nelle nostri emozioni e ricordi per fare della nostra interpretazione una creatura credibile.

Nei suoi impegni futuri sono spesso presenti teatri italiani, quali differenze nota nell’affrontare gli stessi ruoli in Italia o all’estero?

Affronto i ruoli nello stesso modo, non importa il paese ne il teatro, questo da parte mia. All’estero, talora ma certo non sempre, per il repertorio italiano trovo alcune mancanze per quanto concerne la non padronanza della lingua; in Italia trovo il posto giusto dove poter migliorare ogni volta di più i ruoli di repertorio ma l’impegno è sempre uguale: responsabilità e tanto divertimento!

Oltre a Desdemona sono previsti altri debutti?

Ho appena debuttato Manon Lescaut a Montevideo e sono contenta di riprendere il ruolo a dicembre a Valencia (sotto la direzione musicale di Placido Domingo), poi debutterò Amelia in Un ballo in maschera a Bruxelles, Donna Elvira (Don Giovanni) all’Arena di Verona, Elisabetta in Don Carlo e Giorgetta nel Tabarro al Municipal di Sao Paolo, per citarne alcuni.

Altri progetti per il pubblico italiano?

Per ora in agenda per questa stagione abbiamo, oltre a Otello al Regio di Torino, Aida (con la regia di Zeffirelli) e Donna Elvira all’Arena di Verona e dopo … mi lasci qualche sorpresa per un’altra intervista!

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