Parma, Concerto Bignamini Pertusi, 12/10/2014

Qual risorta fenice novella

di Roberta Pedrotti

Mentre permangono le incertezze sul futuro amministrativo del teatro sopraggiunge anche un imprevisto artistico con il cambio improvviso del direttore per un concerto che, grazie alla prova di Michele Pertusi e alla disponibilità di Jader Bignamini a salire sul podio, si è rivelato un successo straordinario e un modello ideale per i principi artistici che dovranno animare il futuro del Festival Verdi e del Teatro Regio.

PARMA 12 ottobre 2014 – Qualche brutta notizia aveva offuscato il cielo della vigilia del Festival Verdi 2014. Nubi istituzionali, con le dimissioni rassegnate in luglio ed effettive dal prossimo gennaio della nuova dirigenza Fontana/Arcà – capace, tra l’altro, di riassestare i bilanci a tempo di record – con conseguenti nuove incertezze per il futuro; una brutta notizia sul fronte artistico, con l’atteso debutto al Regio di Francesco Lanzillotta sfumato per un problema di salute, per il quale auguriamo di tutto cuore al maestro una pronta e piena guarigione.

Di fronte all’emergenza della bacchetta, però, il Festival ha fatto ricorso alle sue migliori risorse, con la fortuna di poter contare sulla presenza e la disponibilità di Jader Bignamini, impegnato negli stessi giorni a Parma per la Forza del destino. Una manciata rada di giorni per studiare un programma composto per la quasi totalità da debutti e per presentarsi sul podio senza leggio, dirigendo sempre a memoria.

Impressionante, soprattutto perché l’impresa non aveva nulla dello sfoggio virtuosistico d’una memoria prodigiosa, ma pareva semplicemente funzionale a un contatto più fluido e diretto fra concertatore, orchestra, cori e solista. Impressionante, perché partitura o non partitura, tre giorni o tre anni di studio che fossero alla base, Bignamini ha diretto magnificamente, ribadendo quel che è ormai è evidente agli occhi e, soprattutto, alle orecchie di chiunque assista a una sua performance e sappia intendere:  oggi non esiste direttore italiano che abbia meno di settant’anni e che gli sia superiore.

Il suo mentore Riccardo Chailly proprio un anno fa per il Festival Verdi diresse con la Filarmonica della Scala quelle stesse danze dai Vêpres siciliennes che oggi Bignamini affronta nella stessa sala con la Filarmonica Toscanini. In una sorta d’ideale passaggio di testimone non cede il passo in nitore, cura del dettaglio, eleganza, ma impone una sua spiccata, potente personalità, che innerva quell’analitica precisione di una musicalità gustosa, calibrata con intelligenza, di colori, dinamiche, sfumature, impasti timbrici, fraseggi e rubati. Assaporiamo il fluido passo danzante della sinfonia degli stessi Vêpres illuminarsi e vibrare d’una forza propulsiva, di un passo drammatico così intimamente connesso alla scrittura da lasciare ammaliati e ammirati.

Il programma, invariato rispetto al progetto originario, si fa incandescente nella seconda parte, quando dallo spirito francese dei Vêpres subentra e prende corpo l’omaggio al rapporto fra Verdi e Boito, artisti e musicisti in continuo scambio dialettico, al di là delle vie facilmente battute della collaborazione diretta fra compositore e librettista.

Abbiamo dunque il Verdi che si confronta con quel grand opéra che tanto influirà, direttamente indirettamente, anche sulle sperimentazioni formali care a Boito; abbiamo il dramma del potere e le suggestioni shakespeariane dei due preludi gemelli dell’Attila e del Macbeth, quei piccoli capolavori che Bignamini contrappone con una sensibilità poetica sovrana esaltandone l’affinità come le rispettive peculiarità, instillandoci il desiderio prepotente di ascoltare entrambe le opere complete sotto la sua bacchetta.

E poi abbiamo Boito con il suo anelito al sublime, con il suo estremo atto di volontà intellettuale che nel mettere in musica il Prologo in cielo dal Faust di Goethe illustra il moto eterno, l’inesausta propulsione ascensionale e ciclica della cosmologia dantesca. Bignamini domina l’affresco, i titanici oricalchi e il fremere frenetico delle ali leggere dei cherubini, la supplica delle anime oranti e la solennità delle falangi angeliche. Al suo gesto solenne, autorevole, gentile, la Toscanini, il coro del Regio diretto da Salvo Sgrò e le voci bianche preparate da Beniamina Carretta rispondono dispiegando tutta la grandiosità dello splendore celeste. L’ironia viene poi da Mefistofele. Raccogliendo la sua irregolarità proteiforme, la sua irridente negatività, Boito ne fa un alfiere dell’irrequieto genio scapigliato, un male ribelle, eroico e sarcastico come i versi pirotecnici che Michele Pertusi addenta con gusto. Il ciclo faustiano che fra il 2006 e il 2008 portò al Regio, Pertusi protagonista, le letture del mito musicate da Gounod, Berlioz e Schumann è vivo nella memoria come una delle più belle iniziative del teatro parmigiano. Mancava all’appello Boito e ora possiamo dirci appagati: pur senza una rappresentazione integrale il ciclo si è compiuto nel migliore dei modi, declinando quattro volti del demonio nell’arte di tale sommo interprete.

La qualità musicale, l’aplomb tecnico di Pertusi sembrano possedere la chiave per accedere a qualsivoglia brano e repertorio, per poi illuminarlo con la classe e l’intelligenza che trasudano da ogni suo accento, da ogni sguardo, da ogni inflessione. Bignamini non è da meno ed entrambi condividono, oltre a gusto preparazione ed eloquenza, anche una certa qual sulfurea ironia, un modo sottile e divertito di assaporare il teatro che trova libero sfogo nel bis, “Son lo spirito che nega” concluso da un sonoro fischio a due voci.

Il teatro esulta in un’ovazione interminabile: ecco quel che dovrebbe essere il Festival Verdi, un’altissima qualità musicale, un progetto culturale forte innervati dal fuoco della passione e dal piacere di realizzarli con e per il pubblico.

Pertusi e Bignamini sono due musicisti che ci fanno sentire felici di vivere nell’epoca in cui viviamo, loro contemporanei. Sono la dimostrazione e l’esempio di come si deve e si può risorgere dalle ceneri di mille difficoltà.

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