Parma, Fuoco di gioia, 17/10/2014

E Verdi sorride

di Roberta Pedrotti

foto Roberto Ricci

Avrebbe sorriso compiaciuto anche il burbero Verdi nel veder la sua musica affidata a cantanti eccellenti riuniti per uno scopo benefico nella sua terra. Fuoco di gioia, il concerto promosso dal Club dei 27, raduna un cast eccellente per una serata da ricordare e nobili intenti al Regio di Parma.

PARMA, 17 ottobre 2014 – È venerdì 17, sono in corso le repliche della Forza del destino, la città si sta riprendendo da un’alluvione: ogni superstizioso impallidirebbe e riterrebbe un atto di temerità programmare un concerto proprio in questa coincidenza. Il Club dei 27 non ha avuto di queste remore e, guidato dall’entusiasmo organizzativo di Paolo Zoppi, ha dimostrato che certe credenze possono essere ribaltate, e che il dies infaustus possa rivelarsi decisamente faustus.

Fuoco di gioia più che un concerto è una vera e propria festa musicale che dallo scorso anno, e speriamo per molti altri a venire, ospita in seno al Festival Verdi artisti di primissimo piano per uno scopo benefico, in questo caso la raccolta fondi per Parma facciamo squadra 2014, che oltre a garantire indipendenza e mobilità ad anziani e disabili si è inevitabilmente indirizzata anche ai danni dovuti al maltempo degli ultimi giorni.

Il cast è ben nutrito nonostante le defezioni per indisposizione del soprano Monica Tarone e del baritono Vittorio Vitelli, con un terzetto d’eccezione costituito dal soprano Anna Pirozzi e dai tenori John Osborn e Gregory Kunde.

La prima non solo ha esordito con una travolgente cavatina di Odabella, sfoderando voce forte e lucente, accento pugnace, colorature notevolissime con uno strumento di tale spessore, non solo ha offerto una lettura intensa, impeccabile tecnicamente e mirabile per musicalità e fraseggio di “Pace mio Dio”, ma ha anche lasciato stupefatto il pubblico con un debutto imprevisto e improvviso. Per non eliminare, infatti, dal programma l’aria del primo atto della Traviata, prevista nell’interpretazione della Tarone, la Pirozzi ha proposto, spartito alla mano, una Violetta inedita e pur tuttavia affrontata con la classe e lo smalto dell’autentica, generosa, artista. L’altro brano dalla Traviata, “Parigi o cara”, è stato invece ereditato da Lynette Tapia, moglie di John Osborn con il quale si è esibita anche nel duetto del Rigoletto, oltre che, solista, in “Caro nome”. Voce leggera e graziosa, dal dolce sapore antico, la Tapia ha colpito per la grazia e il gusto, oltre che per la bellezza di alcune messe di voce eseguite a regola d’arte. La classe è caratteristica di famiglia, e Osborn la dispiega tutta con un Duca di Mantova raffinatissimo, che sfuma, fraseggia e dopo una splendida “Parmi veder le lagrime” impreziosisce “Possente amor mi chiama” con variazioni intelligenti e pertinenti che colgono il legame di Verdi con il belcanto ma anche la sua novità stilistica.

Verdi e Belcanto, in campo tenorile, sono però anche sinonimo dell’autentico fenomeno dei nostri giorni: Gregory Kunde. In assenza del baritono non possiamo ascoltarlo nel grande duetto dalla Forza del destino, ma abbiamo Radames (duetto con Amneris), abbiamo Otello (“Dio mi potevi scagliare”), abbiamo perfino Manrico e Alfredo, con i pertichini al racconto di Azucena (Rossana Rinaldi) e alla Violetta di Anna Pirozzi. E non si sa se ammirare più la musicalità, l’accento, l’intelligenza, l’ampiezza di un canto perfettamente proiettato, maschio e squillantissimo in alto, la fierezza del condottiero egiziano o lo scoramento del Moro, o ancora lo stupore atterrito del Trovatore o l’elegia del giovane Germont, impreziosita di variazioni e puntature come sempre modello esemplare di un gusto che non lascia spazio alcuno all’esibizione fine a se stessa o alla prevaricazione divistica. Poco importa che il concerto non sia ancora concluso, che il programma preveda altre esibizioni: per Otello tutto si ferma, il teatro è in delirio e Kunde, senza batter ciglio, cede e concede il bis, ancor più intenso, ancor più impressionante.

Senza lasciarsi intimorire da un tale collega, la citata Rossana Rinaldi è assolutamente convincente sia in Aida sia nel Trovatore, così come il basso Roberto Tagliavini, che presta il suo canto limpido ed elegante a Banco e ad Attila.

C’è un altro basso in locandina, ed è presente per un’occasione speciale: per la prima volta il Club dei 27 ha deciso di insignire un esponente del più grave registro maschile del titolo di Cavaliere di Verdi. Tale onore spetta a Ferruccio Furlanetto, che viene investito dalla “cavalleressa”, per dirla con Boito, Mirella Freni, carismatica, spiritosa, quasi emozionata ospite d’onore della serata, con l’altro cavaliere Donato Renzetti. A lei il Regio ha tributato acclamazioni e applausi colmi di grato affetto.

Grato, quasi commosso, è pure Furlanetto, che, ricevuto il riconoscimento, si esibisce ribadendo la sua personalità inconfondibile in “Infelice, e tuo credevi” per poi chiudere la serata con “Ella giammai m’amò”, lo stesso brano che lo consacrò esordiente in questo stesso teatro fra i finalisti del Concorso Voci Verdiane.

Il successo è vibrante e coinvolge anche l’orchestra filarmonica Toscanini con il primo violino Mihaela Costea, bravissima nell’assolo dai Lombardi alla prima crociata, e il direttore Antonello Allemandi.

Appuntamento al prossimo anno, si spera sempre con artisti di questa portata e nobili intenti. Verdi, così legato alla terra, concreto nel suo far del bene con l’opera sua più bella, sarebbe stato certo contento.

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